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di FULVIA DEGL'INNOCENTI

In Francia è stata annunciata l’abolizione dello studio a casa con il prossimo anno scolastico. In Italia la situazione è assai diversa, ma c’è un movimento di genitori e insegnanti che da anni portano avanti un modello alternativo di scuola. A guidarlo è Maurizio Parodi, che elenca i motivi per cui i compiti non sono solo inutili ma anche dannosi

Niente più compiti a casa in Francia. È la novità annunciata da Macron e che dovrebbe partire da settembre previo l’aumento di ore di lavoro a scuola. Un’ autentica rivoluzione, invocata sempre più spesso anche in Italia, in particolare dal movimento Basta compiti!, che due anni fa ha lanciato una petizione su charge.org a cui hanno aderito 24.000 persone. Ne abbiamo parlato con il fondatore e l’anima di questo movimento, Maurizio Parodi, dirigente scolastico in aspettativa (ha ripreso a studiare , dottorato in sociologia), e autore del libro Basta compiti! Non è così che si impara (Edizioni Sonda).
«Almeno 400 insegnanti in tutta Italia già non danno compiti e senza bisogno di nessuna integrazione dell’orario scolastico» spiega Maurizio Parodi. «Sono quelli iscritti al gruppo facebook chiuso “Docenti e dirigenti a compiti zero”. Ma la loro non è una didattica frontale, ma attiva, coinvolgente». Secondo i dati Ocse l’Italia è uno dei paesi in Europa con il maggior carico di compiti a casa, già dalla primaria e anche nelle scuole a tempo pieno. Si è assistito negli ultimi anni a una secondarizzazione della scuola elementare, ci sono classi in cui ruotano fino a otto insegnanti, e ognuno di essi dà la sua dose di compiti, magari senza parlare tra di loro. Ed è ancora più assurdo quando i compiti vengano dati durante la settimana nelle scuole in cui si sta per otto ore in uno stato di immobilità forzata.

«I compiti sono non solo inutili ma anche dannosi», continua Parodi. «Per prima cosa sono un elemento discriminante perché avvantaggiano chi ha genitori che sono in grado di sostenere i ragazzi, anche se si arriva al paradosso che talvolta sono i genitori stessi a svolgere i compiti dei figli. Sono inutili perché una serie di nozioni ingurgitate a forza si dimenticano in fretta. E sono una delle cause dell’abbandono scolastico. Inoltre negano il diritto all’infanzia, generano stress, sono motivo di conflitti in famiglia».

Eppure per molti genitori il numero dei compiti è indice della serietà di una scuola, fino ad arrivare a casi in cui hanno minacciato la dirigenza di cambiare scuola ai propri figli se non aumentava il carico di lavoro a casa. I sostenitori dei compiti dicono che siano necessari per consolidare le competenze. Ma anche questa argomentazione secondo Maurizio Parodi viene contestata dai dati statistici.

Secondo i dati Ocse tra i nostri adolescenti c’è un alto tasso di analfabetismo funzionale, inoltre i tassi di abbandono scolastico in Italia sono altissimi. E anche i test sulle competenze (in particolare matematica) ci vedono alle ultime posizioni. E non a caso il paese con i migliori risultati scolastici è la Finlandia, dove si va a scuola a 7 anni e dove si sono eliminati i compiti.
«Nel nostro paese la libertà di insegnamento è garantita e non ci possono essere ingerenze sulla didattica da parte dello Stato», spiega il ricercatore. «È quindi impensabile che si possa operare una rivoluzione dall’alto come dovrebbe avvenire in Francia. Il Ministero della Pubblica istruzione si è occupato di compiti solo con tre circolari uscite tra il 1964 e il 1979 in cui sostanzialmente si invitavano i docenti anche delle superiori a non dare compiti nei week end e non interrogare di lunedì per non togliere tempo ad altre attività formative per la vita dei ragazzi».

Però il movimento Basta compiti! si allarga (la sua pagina facebook ha oltre 10.000 membri). «Già sei anni fa io scrissi agli insegnanti di mio figlio, che ora ha 15 anni, che non avrebbe fatto i compiti delle vacanze e li diffidavo a rimproverargli quella che era una mia decisione», conclude Parodi. «A me fa stare male vedere soffrire i ragazzi per un carico di lavoro inutile che porta alla ripugnanza per la scuola».