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di MARCO D. BARI

Cari Professori, cari genitori,
oggi è una bella giornata, è domenica e mentre il resto della famiglia è fuori mio figlio ed io siamo in casa. Così ho l’occasione di riflettere ed invitarvi ad una riflessione.

Mio figlio fa la seconda media, è un ragazzino che tiene molto alla scuola e ai risultati scolastici. Si impegna, ha una curiosità vivace ed entusiasmo per molte materie. Ha anche buoni risultati.
 Ha passato il primo anno di scuola media studiando ed ottenendo una buonissima pagella. Ha passato il primo anno studiando. Ha passato anche i mesi da settembre studiando ed ha passato l’intera settimana a studiare fino alle 20, iniziando sempre poco dopo pranzo, cioè verso le 15-15,30, dato che esce ogni giorno esce alle 14. No, mercoledì ha iniziato più tardi, verso le 16,45 perché è andato a farsi i capelli. Quel giorno ha finito di studiare alle 21.

Mio figlio spesso piange.
Piange prima di iniziare i compiti perché vede che sono troppi e che finirà tardi, non avrà tempo per giocare.
 Non si dovrebbe avvantaggiare, perché già lo fa, infatti per andare due volte la settimana in piscina deve smaltire i compiti a casa 2-3 giorni prima. In piscina fa 30’ minuti di nuoto 2 volte alla settimana. È il solo movimento che fa, dato che a scuola fanno solo 2 ore la settimana di ginnastica, ma una volta ogni due settimane una di queste due ore è di teoria. Ogni giorno all’ora di ricreazione è chiuso in classe, come i suoi compagni e tutti gli altri ragazzi della scuola.

Sto solo facendo un riassunto, non mi addentro troppo nella situazione psicofisica di un ragazzo di 12 anni e della necessità fisiologica e psicologica di movimento di ragazzi che in quella fase della vita crescono anche di 10-15 cm l’anno, formano il fisico per la loro vita adulta, imparano la vita sociale.
Dicevo che spesso piange, ma spesso anche si arrabbia con me o con sua mamma. Perché? Sarà l’età? Forse, ma lui dice che ha troppo da fare, rifiuta anche gli inviti a sbrigare i compiti in meno tempo perché vanno fatti come si deve.
Ci vogliono come minimo 3 ore al giorno, se è veloce. Altre volte di più. Ma i suoi compagni forse sono più veloci, alcuni, altri di sicuro finiscono dopo cena, qualcuno a volte deve saltare un giorno di scuola perché non ce l’ha fatta e ha finito le giustificazioni.
Noi a gennaio siamo stati tre giorni sulla neve. Mio figlio ha saltato solo un venerdì, ma per recuperare gli ci è voluta tutta la settimana successiva e qualche professore il lunedì non ha accettato la giustificazione dei genitori “perché i compiti si devono fare sempre”.

Certo, alcuni genitori ed alcuni professori sono soddisfatti perché “è meglio che i ragazzi stiano a fare i compiti che a giocare alla playstation”.

No.

I compiti a casa ogni giorno impediscono altre attività indispensabili, condizionano la vita familiare e persino i rapporti. Infatti in questo momento mio figlio è arrabbiato con me perché sa già che dovrà stare sui compiti fino ad ora di cena. Giusto che si sfoghi in qualche modo, sano che lo faccia, piuttosto che perda ogni velleità di reagire. Con chi se la deve prendere? Con qualcuno che gli vuol bene e che, anche se non capirà, prima o poi lo abbraccerà di nuovo.
 Non ce l’ho con i professori, in qualche modo schiacciati tra l’ingranaggio scolastico e le difficoltà. Forse nessuno di loro si rende ben conto della mole totale dei compiti di tutte le materie sommate insieme. Forse li ritengono necessari perché le spiegazioni in classe sono difficili, le classi sono numerose, i ragazzi si distraggono. D’altronde stanno 6 ore fermi su delle sedie scomode, si alzano solo 15 minuti di ricreazione. Non hanno altre pause.

E forse anche le scuole sono messe in competizione l’una con l’altra perché “gli alunni che vengono dal comprensivo accanto risultano più preparati nelle fasi di studio successive”, quella scuola ha più iscritti di questa e quest’ultima deve fare di meglio.

Non è qui che voglio arrivare però.
Vorrei far riflettere su alcuni punti:
I genitori sono trasformati in insegnanti a casa o custodi del tempo dei compiti che è sacro, i compiti vanno fatti a qualunque costo
Vi è un dannoso scambio di ruoli tra professori e genitori: se “altrimenti i ragazzi stanno alla playstation” non è compito dei professori tenerli lontano da questa, bensì dei genitori. Questo è uno dei loro doveri e se non ci riescono, non devono utilizzare i compiti come surrogato
– Non è compito dei genitori fungere da insegnanti a casa. La figura del genitore, il suo comportamento non è più quello del padre o della madre, ma di un’appendice della scuola. Si modificano così anche i rapporti, l’atmosfera familiare, la tranquillità
– I ragazzi lavorano 30 ore la settimana. Se non sono sufficienti, la scuola non può occuparne più di un totale di 40. Tralascio quello che dicono gli esperti, che eliminano del tutto lo studio a casa.
I genitori non devono interferire con la didattica. Gli insegnanti non devono interferire con la famiglia. Devono darsi una mano, nell’interesse di chi? Qual è lo scopo finale?
Cosa ottengono i compiti: mio figlio, uno che ci tiene molto, passa dalla rabbia alla rassegnazione. Qual è il sentimento che vuole suscitare la scuola? La rassegnazione? Lasciatemi fare una considerazione personale: la rassegnazione è il sentimento peggiore che si possa provare, specialmente per una ragazzo di 12 anni. La rassegnazione è il contrario dell’educazione.
– Altrimenti c’è la rabbia. Rabbia contro qualcosa che è ingiusto. Lo si sente ingiusto, anche se insegnanti e genitori allargando le braccia dicono: è così. Lo diciamo tutti, tanto per arrivare a sera, poi domani si vedrà, si ricomincerà.
– Ma alla rabbia è lecito pensare che seguirà l’odio. È lecito pensarlo perché è una conseguenza per la difesa personale.
 Ecco cosa otterrà la scuola da mio figlio, uno che ci ha sempre tenuto. Rassegnazione o odio.

Questo grazie ai compiti a casa, che lo hanno privato del gioco, del tempo vuoto, del movimento, del tempo con genitori, fratelli, amici, del divertimento, della noia.

Questo non sono io a dirlo, o almeno non solo io, con me lo dicono pedagoghi, psicologi dell’infanzia e adolescenza, nomi che si osannano, si portano come fiore all’occhiello dell’Italia, si studiano in tutto il mondo e che poi sono disattesi ogni giorno, nella pratica dell’assegnazione dei compiti a casa.

Per questo – con dispiacere – devo concludere che, se non prenderete tutti atto del danno che i nostri ragazzi stanno subendo, se non ci sarà comprensione della situazione ed una drastica riduzione della mole dei compiti, ogni giorno toglierò i libri a mio figlio.
 Gli impedirò di fare i compiti a casa.
 Mi metterò contro di lui. Gli darete brutti voti, mi manderete a chiamare, non so.
 Ricordate che è lui e sono tutti i suoi compagni lo scopo di tutti i nostri sforzi, della scuola e delle famiglie.
 Ricordate che ogni materia non serve a diventare nozionistici né competitivi, ma ad educare, ad essere persone adulte e, nella vita pratica, ad essere felici.

Farò ciò che posso e ciò che le leggi mi consentono per impedire il danno che la scuola sta facendo.
Per far riflettere su dove la scuola vuole davvero andare.