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di MARIELLA DIPAOLA

Immaginiamo l’ultimo giorno di scuola in una classe di scuola primaria. Alla scheda di valutazione segue la consegna di un malloppo di fotocopie. È il lavoro per le vacanze. Un ossimoro con dedica affettuosa. Nulla di più diffuso nelle scuole italiane.

E se per le nostre ferie ci dessero del lavoro da fare a casa? Come reagiremmo? 

A fine anno scolastico anche i tuttologi del web si scatenano per individuare il miglior testo per il ripasso estivo. In realtà, il miglior testo, in questo caso, è quello che non si dà. Un’idea deducibile agevolmente dal pensiero scientifico di Maurizio Pincherle, neuropsichiatra infantile: “È scientificamente dimostrato che il numero massimo di connessioni sinaptiche si ha con periodi di stimolazione intensiva seguiti da periodi di riposo. Lo stimolo continuo produce risultati molto inferiori per una sorta di “adattamento” del sistema. Perciò è scientificamente corretto non dare compiti per le vacanze e consentire ai ragazzi congrui periodi di riposo. Sono ormai anni che suggerisco, non ascoltato, questo approccio allo studio. Ma l’Italia, si sa, è il paese dell’irrazionalità!”

Maurizio Parodi, dirigente scolastico e pedagogista, da qualche anno ha lanciato la Campagna “Basta compiti!” per tentare di liberare alunni e famiglie intere dall’inutile fardello dei compiti a casa

I compiti a casa agiscono unicamente sul piano della memoria a breve termine. In pratica, le nozioni memorizzate sono come un liquido versato in un colatoio. Dopo pochissimo tempo non ne resta traccia.

Queste sollecitazioni improduttive della memoria a breve termine aumentano il divario tra chi è in difficoltà e chi se la cava meglio, tra chi è sorretto da una famiglia e chi non ha nessuno, creano sterili tensioni domestiche e sono contrarie al quel “diritto al riposo e allo svago” garantito dall’articolo 24 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo a coloro che svolgono attività lavorative, alle quali lo studio è assolutamente equiparabile.

Secondo uno studio dello psicologo Marco Polito, in italia il 30 per cento dei genitori passa interi pomeriggi a fare i compiti con i propri figli che frequentano le scuole elementari, e in parte le medie. Ore pomeridiane sfiancanti e stressanti, passate a motivare, in modo garbato o aspro, i propri figli a fare qualcosa che, secondo i dati OCSE, non ha nessuna ricaduta sul loro profitto scolastico, perché tra i migliori studenti a livello mondiale non ci sono gli italiani che, pur passando 9 ore a settimana a fare compiti, occupano il 34esimo posto (dati OCSE 2015), ma i finlandesi che non ne fanno!

Nel 2015, il celebre regista Michael Moore intervistò Krista Kiuru, Ministro dell’istruzione finlandese. Alla domanda riguardante quale fosse il segreto del successo degli studenti finlandesi Krista Kiuru rispose che la Finlandia ha “abolito i compiti a casa” e che i bambini “dovrebbero avere più tempo per essere bambini”.

Secondo Alfie Kohn, pedagogista americano, non esistono prove scientifiche sulle ricadute positive dei compiti a casa sul rendimento scolastico.

Harris Cooper, docente di psicologia presso la Duke University di Durham, città del North Carolina, e voce scientifica autorevole sulla questione compiti, ha un approccio più morbido. Cooper afferma che “non ci sono prove che qualsiasi quantità di compiti a casa migliori la prestazione scolastica degli alunni di scuola primaria”.  In altre parole, le ben 120 analisi, condotte in un arco temporale di 20 anni antecedenti al 1987, seguite da altre 60 svolte successivamente e pubblicate nel 2006, hanno dimostrato che i compiti a casa possono avere benefici in relazione all’età e, in particolare, non mostrano nessuna correlazione positiva negli alunni al di sotto dei 10 anni. 

Andando ancora nel dettaglio, le ricerche dello psicologo statunitense hanno evidenziato un nesso causale tra il lavoro svolto in classe e il miglioramento delle competenze degli studenti. Tutto il resto, per i bambini al di sotto dei 10 anni, rappresenta un inutile, sterile surplus di lavoro.

Anche col passaggio alle medie, secondo gli studi prospettici di Cooper, i vantaggi dei compiti a casa sono molto esigui, mentre alle superiori le stesse ricerche hanno riscontrato vantaggi solo con una quantità di lavoro estremamente ridotta, superando la quale la curva legata al vantaggio scende.

Il problema serio è che i compiti dati a un alunno di scuola primaria non si limitano a non fornire benefici.

Un bambino che dopo aver passato ore seduto tra i banchi deve subire la tortura dell’immobilità pomeridiana e serale finirà per odiare i libri e la cultura in generale. Questa idea che l’acquisizione della conoscenza debba essere sinonimo di fustigazione è fortemente radicata tra gli italiani. 

Ma intanto in Italia l’avversione per i libri è un fatto oggettivo. Secondo dati ISTAT del 2016 il 57% degli italiani non legge mai un libro in un anno. L’Italia è anche il Paese europeo con il maggior numero di analfabeti di ritorno. 

Il tasso di analfabetismo funzionale è direttamente proporzionale alla comprensione della realtà, alla capacità di partecipazione politica e di esercizio dei diritti.

Dunque, lo studio forzato può determinare serie compromissioni sull’inclinazione a coltivare la propria formazione culturale. Non solo. Si aggiunga anche il rischio di ledere la capacità di sviluppare l’indipendenza in un bambino, il quale, messo di fronte ad una mole di lavoro pomeridiano, chiederà aiuto alla famiglia. Dunque, paradossalmente, quel lavoro post-scuola imposto al fine di responsabilizzare diventa la stura per deresponsabilizzare un bambino.

Vogliamo educare persone responsabili? Abbiamo tanti modi per farlo. Cominciamo con la salutare, montessoriana abitudine del riordino, da coltivare enfatizzandone il piacere. Tenere le proprie cose a posto, contribuire attivamente al ménage familiare, sistemare il proprio zaino prima di andare a scuola o per andare a fare sport sono abitudini che concorrono al benessere di un bambino e all’armonia familiare.

Mentre i compiti a casa minano troppo frequentemente la serenità familiare e i rapporti tra genitori e figli.

Dopo una giornata di lavoro faticosa per tutti, la famiglia dovrebbe avere tempo per sé, per raccontarsi, leggere, rilassarsi e fare cose piacevoli. E invece il rientro catapulta le famiglie dentro un teatro di guerra, con urla, pianti e inutili tensioni. A chi giova tutto questo?

Ma, si sa, i programmi sono l’incubo degli insegnanti, che ossessionati finiscono per farli svolgere a casa da genitori e alunni.

Quale altro professionista affiderebbe ai destinatari del suo contibuto lavorativo alla società il suo stesso lavoro? Un avvocato affiderebbe forse parte del suo lavoro al suo cliente?

Che senso ha assegnare compiti che un bambino non riesce a svolgere da solo? Che senso ha assegnare un lavoro da fare a casa, che in realtà un professionista dell’insegnamento dovrebbe monitorare per controllare i processi e i metodi adottati dal bambino?

Il problema, serio, è che manca in tanti insegnanti la convinzione di doversi occupare di apprendimento e di metodologie di studio, oltre che di contenuti. Manca un senso autentico di identità professionale. Come si fa a insegnare senza comprendere i meccanismi dell’apprendimento?

Ma si sa, interrogarsi può essere drammatico, mentre le abitudini sono comode. Cambiare costa fatica. Accomodare i propri schemi mentali per accogliere il nuovo è ritenuto da molti insegnanti un inutile spreco di energie. Perché cambiare? Si è sempre fatto così! Perchè cercare di capire come suscitare negli alunni quell’accomodamento, di cui parlava Jean Piaget, necessario ad apprendere nuove conoscenze, se ci si rifiuta di accomodare la propria mente? Meglio trascinarsi stancamente su percorsi già battuti, senza la consapevolezza che stiamo continuando a tirare su persone che odiano il sapere. I risultati sono già sotto i nostri occhi: l’incultura è virtù, la conoscenza un disvalore.

Fonti:

  1. Parodi Maurizio, Non ho parole, Armando, Roma, 2018.
  2. Parodi Maurizio, Basta Compiti!, Sonda, Casale Monferrato (Al), 2012.
  3. Stella Giacomo, Tutta un’altra scuola, Giunti, Firenze, 2016.
  4. Kohn Alfie, The homework myth, First Da Capo Press, Philadelphia, 2006.