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di SALVO INTRAVAIA

Secondo una indagine sull’apprendimento, i risultati più brillanti si maturano sui banchi

Lezioni agli sgoccioli. E per milioni di alunni e famiglie italiane ritorna l’incubo dei compiti per le vacanze. E’ proprio necessario inondare di letture e esercizi a casa gli alunni per fare crescere le loro conoscenze e le loro competenze? Lo scorso anno il ministro Bussetti fece una circolare in merito invitando gli insegnanti a non esagerare. Da una recente indagine internazionale sugli apprendimenti in Lettura dei bambini di quarta elementare (il Pirls 2016), la cui banca dati è stata aggiornata qualche settimana fa, sembrerebbe proprio di no: i bambini che ricevono per casa una dose minima di compiti, e neppure ogni giorno, strappano punteggi superiori dei compagni che ne ricevono dosi massicce. E nella disfida tra favorevoli e contrari all’allenamento domestico, lontano dalle mura scolastiche e dall’occhio vigile degli insegnanti, i secondi segnano un punto a loro favore. Nell’indagine sulla competenza in Lettura dei bambini di quarta elementare di mezzo mondo, l’Italia si piazza nella parte alta della classifica con 548 punti.

Al primo posto figura la Federazione russa seguita da Singapore. Ma estrapolando i dati in base alla quantità di compiti assegnati dagli insegnanti si vede che gli alunni più tartassati mostrano performance meno brillanti. Dallo score italiano di 548 punti si scende a 543 per gli alunni le cui maestre dichiarano di assegnare compiti a casa tutti i giorni. Mentre gli alunni delle colleghe che li assegnano meno di una volta a settimana salgono a 552 punti. La differenza traspare in modo più evidente facendo riferimento alla quantità di compiti assegnati, espressi in minuti di lavoro richiesti per svolgerli. Quando il compito richiede un impegno di oltre 60 minuti il punteggio scende a 531 punti, se è invece possibile svolgerlo in meno di 15 minuti la prestazione sale di qualità: 552 punti. Benedetto Vertecchi, pedagogista di lungo corso, attribuisce questi risultati al lavoro fatto dagli insegnanti. “Quelli che lasciano meno compiti a casa e ottengono migliori risultati – spiega – probabilmente privilegiano alla scuola dell’adempimento quella dell’apprendimento”.

“Oggi – continua Vertecchi – la scuola richiede agli insegnanti una serie di adempimenti burocratici che assorbono parecchio tempo e coloro che curano in classe la lettura ad alta voce, ad esempio, che oggi è quasi del tutto abbandonata, ottengono migliori risultati“. In altre parole, meglio lavorare in classe con i propri alunni che inondarli di compiti a casa. Negli ultimi anni, i genitori hanno alzato la voce contro la mole eccessiva di compiti assegnati ai propri figli. Per Angela Nava, del Coordinamento genitori democratici, “a guidare gli insegnanti deve essere il buon senso”. “Non ci sentiamo di escludere che ci sia bisogno di una fase di riflessione a casa sul lavoro svolto in classe purché questo sia equilibrato e proporzionato. Un bambino – continua Nava – che frequenta una classe a tempo pieno, cui si aggiungono spesso altre attività (sport, musica e altro), non ha il tempo di svolgere troppi compiti”. In accordo con la Nava è Manuela Fini, dirigente dell’istituto comprensivo Domenico Purificato di Roma. “Occorre assegnare meno compiti – dichiara – perché questi vanno assolutamente corretti. Nell’istituto che dirigo – aggiunge – verifichiamo periodicamente con le famiglie il carico di lavoro degli alunni. Anche se occorre distinguere il lavoro di tutti i giorni dagli altri periodi. Nelle lunghe pause, penso a quella estiva, consigliare un libro avvicina i bambini alla lettura”. Mentre per Patrizia Borrelli, docente nella stessa scuola, “il compito a casa non deve essere un esercizio meccanico tout court”. “Deve spingere i bambini – chiarisce – alla lettura e deve abituarli ad organizzarsi il lavoro a casa in autonomia”.