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di MONICA COVIELLO

Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha invitato gli insegnanti a lasciare più libertà agli studenti, durante le feste natalizie, per fare movimento, divertirsi e stare con i parenti. Ne abbiamo parlato con l’esperto


Meno compiti, più tempo per stare con i parenti, per divertirsi, per andare a vedere una mostra, per dedicarsi allo sport. È l’appello che Marco Bussetti, ministro dell’Istruzione, ha rivolto agli insegnanti durante l’incontro con il Garante per l’Infanzia. «Vorrei sensibilizzare il corpo docente e le scuole ad un momento di riposo degli studenti e delle famiglie affinché vengano diminuiti i compiti durante le vacanze natalizie». E ha annunciato una circolare «per la diminuzione dei compiti durante le vacanze, compiti che gravano sugli impegni delle famiglie e quindi vorrei dare un segnale.

Penso a questi giorni di festività e ai ragazzi e alle famiglie che vogliono trascorrerle insieme».

Un invito ragionevole, secondo Dario Ianes, docente ordinario di Pedagogia e Didattica Speciale all’Università di Bolzano e co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento. «Certo, bisogna fare una distinzione: sul piano politico, il ministro Bussetti tocca un tema che può interessare molti genitori: è un esempio di populismo a basso costo che consente di ottenere anche l’attenzione dei media», premette.

Ma il tema compiti è molto serio dal punto di vista pedagogico. «Io sono schierato con il gruppo “Basta compiti” fondato da Maurizio Parodi, dirigente scolastico e pedagogo. Sono convinto che i compiti a casa siano dannosi».

Addirittura?
«Sì: bisogna che i bambini e i ragazzi lavorino a scuola, dove hanno a disposizione il tempo, gli insegnanti, i materiali, i compagni, la possibilità di fare domande e chiarire i dubbi. Inoltre, i compiti a casa accentuano le differenze tra gli alunni: chi ha una famiglia debole è più svantaggiato rispetto a chi ha genitori presenti e disponibili ad aiutarlo. E tolgono ai ragazzi il tempo per accrescere davvero la loro cultura».

Quale è la soluzione?
«Io sono convinto che la parte più importante dell’apprendimento vada fatta a scuola. Fuori, gli alunni possono sviluppare la loro cultura leggendo, esplorando il mondo che li circonda, maturando come cittadini che usano il sapere appreso a scuola: se in classe imparo a leggere posso scegliere un libro, se imparo la storia dell’arte vado al museo. Insomma, cresco come cittadino».

Ma a scuola c’è abbastanza tempo per imparare tutto quello che serve?
«Sì, e se non è sufficiente, l’orario scolastico si può ampliare. Ma a scuola i ragazzi trascorrono già un sacco di ore. Certo che se si passano ore a interrogare, è tutto tempo perso: sarebbe meglio una didattica più attiva».

Ad esempio?
«La scuola potrebbe dare strumenti per esplorare il mio mondo, senza fossilizzarsi sulle ripetizioni. Gli insegnanti sono prigionieri dei libri di testo, invece dovrebbero fornire le strategie fondamentali e far venire un sacco di curiosità. Che invece viene spenta dalla didattica tradizionale, direttiva, mnemonica, capace di creare un alone di ansia attorno alla cultura».

Ma così come si possono imparare, ad esempio, le declinazioni latine?
«Mentre l’insegnante interroga i compagni, ad esempio. Ma mi chiedo se sia davvero utile studiare sul libro i sumeri in vista della verifica, per poi dimenticare tutto dopo venti giorni. Il punto è crescere culturalmente: se l’insegnante costringe i ragazzi a leggere I Promessi Sposi in modo meccanico, loro li odieranno e non vedranno l’ora di liberarsene».

Quindi niente compiti nelle vacanze di Natale?
«Gli insegnanti potrebbero invece stendere una lista di suggerimenti per i genitori, indicando le mostre più interessanti, i film da proporre, le esperienze da sperimentare con i figli. Potrebbero aiutare le mamme e i papà, che spesso non sanno quali attività formative proporre ai figli, a cogliere le suggestioni. E potrebbero, al ritorno a scuola, premiare i ragazzi che descrivono le esperienze più originali».