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di SILVIA MANZANI

“Non sopporto l’idea di vedere i bambini infelici”.
Se Isabella Santorsola, insegnante di una scuola primaria in provincia di Parma, dovesse indicare il primo motivo per il quale, dallo scorso anno, ha smesso di assegnare ai suoi alunni i compiti a casa, direbbe proprio così. Il punto è che, all’interno del mondo della scuola, fare una scelta così controcorrente significa anche restare soli, lottare contro muri che paiono a volte insormontabili, mettersi in discussione.
“Ho sempre lavorato mettendo il bambino e le sue esigenze al centro – spiega Santorsola – e ispirandomi alla Montessori. Per me in classe non è importante solo la didattica: lo sono, a pari merito, anche, l’ascolto, il movimento corporeo, la riflessione, il tempo. Aspetti che a volte possono portare un insegnante a non concludere il programma entro la fine dell’anno scolastico, ma che sono fondamentali per non togliere curiosità e motivazione ai bambini e per assicurare a tutti gli alunni il rispetto dei naturali ritmi di apprendimento. L’aspetto emozionale, poi, gioca un ruolo fondamentale nella didattica: si apprende per emozioni, si impara attraverso una buona motivazione. Tutto questo permette al bambino di sviluppare la passione verso la conoscenza e il senso dell’andare a scuola e dell’amarla”.
Allo stesso tempo, secondo l’insegnante “esaurire lo studio all’interno del tempo scuola significa garantire uguaglianza, offrire a tutti gli alunni pari opportunità di apprendimento, indipendentemente dalle loro capacità e dalla loro condizione economica e sociale”.
Quando ha smesso di dare i compiti per le materie che insegna – matematica, scienze e inglese – Santorsola non l’ha comunicato ai bambini: “Semplicemente, non li ho più dati, volevo scoprire ed osservare le loro reazioni. La questione, a un certo punto, i bambini l’hanno tirata fuori, raccontandomi quanto fossero contenti e liberi di vivere. E quando sono rimasta coerente anche in vista delle vacanze di Natale, ho avuto un riscontro incredibile: al rientro c’era chi aveva ripassato con la mamma quella tabellina che proprio non gli entrava in testa, chi si era esercitato con le moltiplicazioni, chi aveva fatto e rifatto le cornicette secondo l’ordine geometrico che avevamo studiato. Insomma, i bambini si erano presi il loro tempo ma spontaneamente non avevano lasciato da parte la scuola. Ovviamente, non ho dati compiti nemmeno per le vacanze estive”.