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A seguito del passaggio della discussione sulle problematiche denunciate dai firmatari della Petizione BastaCompiti! dall’Aula di Montecitorio alla Commissione Cultura della Camera, Maurizio Parodi ha inviato la seguente lettera ai membri

ALLA VII COMMISSIONE (CULTURA) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
(Flavia Piccoli Nardelli, Presidente – Giancarlo Giordano, Vicepresidente – Bruno Molea, Vicepresidente – Irene Manzi, Segretaria – Maria Marzana, Segretaria – Ferdinando Adornato – Anna Ascani – Eleonora Bechis – Maurizio Bianconi – Tamara Blazina – Lorenza Bonaccorsi – Stefano Borghesi – Luisa Bossa – Giuseppe Brescia – Renato Brunetta – Mara Carocci – Laura Coccia – Maria Coscia – Filippo Crimì – Luigi Dallai – Nunzia De Girolamo – Chiara Di Benedetto – Umberto D’Ottavio – Francesco D’Uva – Luigi Gallo – Francantonio Genovese – Manuela Ghizzoni – Vanna Iori – Giorgio Lainati – Gianna Malisani – Flavia Simona Malpezzi – Bruno Murgia – Giulia Narduolo – Edoardo Nesi – Marisa Nicchi – Antonio Palmieri – Annalisa Pannarale – Caterina Pes – Roberto Rampi – Maria Grazia Rocchi – Milena Santerini – Arturo Scotto – Camilla Sgambato – Gianluca Vacca – Simone Valente – Liliana Ventricelli – Maria Valentina Vezzali

Buongiorno,

sono il dirigente scolastico che ha promosso la Campagna: “Basta compiti! (otre 25 mila adesioni) e presentato alla Segreteria della Camera dei Deputati l’omonima petizione annunciata all’Assemblea nella seduta del 12 Settembre 2017 con il numero 1303, e assegnata alla VII Commissione (Cultura).
Scrivo per sottolineare la gravità di un problema solo apparentemente trascurabile e di fatto ignorato da docenti e dirigenti scolastici, così come dagli organi preposti al governo del nostro sistema d’istruzione.

Il nuovo anno scolastico è iniziato da poco, ma per gli studenti il “vecchio” non è mai finito visto il carico di “lavoro” imposto dai famigerati e assurdi “compiti per le vacanze”: ricominciano senza aver mai smesso; ed è facile constatare come il disagio, la sofferenza (che si traducono in tensioni famigliari, litigi, rabbia…) siano tanto più gravosi per bambini e ragazzi in difficoltà o le famiglie dei quali non siano affettivamente, culturalmente o economicamente attrezzate per far fronte a un impegno assurdo e soverchiante: sono proprio loro, i più deboli, deprivati “quelli che” arrivano a scuola già esausti, sfiniti, ma proprio per questo esposti a reprimende e umiliazioni.

Per tutti gli altri si può facilmente immaginare la ripulsa nei confronti della scuola e dello studio che tale pratica (immotivata e ignota ai Paesi occidentali che vantano ben altri risultati in termini di prestazioni cognitive degli studenti) ha ulteriormente rafforzato.
Basti il riferimento a una ricerca, recentissima, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che evidenzia come gli adolescenti italiani siano particolarmente stressati e abbiano un pessimo rapporto con la scuola (meno entusiasti risultano solo estoni, greci e belgi).
Autorevoli esperti hanno segnalato la gravità del problema anche in termini di “igiene mentale” per bambini e ragazzi sempre più oberati da pretese improprie oltreché pedagogicamente ingiustificate.

In effetti non è mai stato dimostrato che i compiti a casa siano utili o necessari, mentre molti studi, di autorevoli ricercatori, dimostrano il contrario: non solo risultano inutili ma si rivelano persino dannosi.
Va anche detto che lo stress colpisce la famiglia nel suo insieme: molta parte dei conflitti (le urla, i pianti, le punizioni…) che avvengono tra genitori e figli riguardano lo svolgimento, meglio il tardivo o il mancato svolgimento dei compiti, quando sarebbe invece essenziale disporre di tempo libero da trascorrere insieme, serenamente.
Si tratta di un “sintomo” preoccupante (tant’è che lo segnala l’OMS), per gran parte riconducibile alla richiesta di un impegno extrascolastico spropositato, che non ha riscontro in nessun altro Paese europeo e che non qualifica il nostro sistema scolastico, come dimostrano i dati Ocse (a dir poco inquietanti) relativi a: competenze in uscita, analfabetismo funzionale, dispersione scolastica, incapacità di compensare le diseguaglianze di partenza…

Gli studenti italiani sono eccezionalmente oberati di “compiti”, come risulta dalle rilevazioni Ocse Pisa: 9 ore a settimana, rispetto alle 3 di Finlandia e Corea, Paesi ai vertici delle classifiche internazionali per competenze e conoscenze.
Ma è una stima per difetto, come può confermare qualsiasi studente: l’impegno quotidiano raramente è inferiore alle 3 ore, per un totale che supera le 20 ore settimanali.
In altre parole, uno studente italiano studia in un giorno più di quanto studi uno studente finlandese in una settimana, con la differenza che gli studenti finlandesi sono tra i più preparati del mondo.
Si pensi che, in Italia, persino nelle scuole a tempo pieno, dopo 8 ore di lavoro, ai nostri bambini di 6-11 anni, sono assegnati compiti tutti i giorni, nei week end e durante le vacanze: accanimento morboso che rasenta la crudeltà mentale.

Purtroppo non stupiscono più le diagnosi di depressione infantile (ossimoro inquietante) per buona parte riconducibili ai disturbi procurati dall’impossibilità di esercitare “il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età…”, riconosciuto a ogni bambino o ragazzo e sancito dall’art.31 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ratificata dallo Stato italiano il 27 maggio 1991, con legge n.176.

Il problema è anche politico, come dimostra l’iniziativa promossa in Francia dal Ministro Blanquer che ha avviato una sperimentazione proprio per ridurre le diseguaglianze sociali causate dai compiti a casa, prolungando l’orario scolastico, così da evitare ulteriori oneri “domestici”.
In Italia vi sono oltre 500 insegnanti di ogni ordine e grado, iscritti al gruppo Facebook: “Docenti e Dirigenti a Compiti Zero” che questa “sperimentazione” attuano da anni nell’orario di “normale” svolgimento delle lezioni, l’impegno dei quali è la vivente dimostrazione che una scuola senza compiti è possibile in qualsiasi realtà e senza bisogno di aumentare il tempo scuola.

La differenza è rilevante Se si opta per la prima “formula” si legittima, di fatto, l’assegnazione dei compiti nelle scuole “normali”, non “sperimentali”. La nostra visione, invece, non consente alibi di sorta: in tutte le scuole, cosiddette dell’obbligo, qualsiasi insegnante può evitare i danni, psicologici, culturali e sociali, procurati dall’assegnazione dei compiti, e garantire il pieno esercizio del diritto al gioco, al tempo libero, alla serenità familiare, allo svolgimento di attività non meno formative di quelle scolastiche.
Anche per questa ragione, dovendo fare uno studio sulla “fattibilità” di una scuola senza compiti, sarebbe opportuno, utile, forse anche doveroso, interpellare gli insegnanti che si sono maggiormente impegnati ed esposti, in tal senso, acquisire le loro testimonianze, monitorarne l’attività didattica.

Un’occasione, sin qui, mancata, tanto più che si tratta di esperienze consolidate, documentate e (udite udite!) a costo zero.
Chiedo perciò di considerare attentamente il testo della petizione menzionata, nell’interesse degli studenti e degli oltre 25 mila cittadini che l’hanno sottoscritta.

Con osservanza.
Maurizio Parodi
(26 settembre 2017)