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di MONICA COVIELLO

La banca dati del Pirls 2016 dimostra che gli studenti a cui non ne vengono assegnati molti hanno valutazioni più alte rispetto a quelle dei compagni sommersi dal lavoro da completare a casa

Il gruppo Basta Compiti, fondato da Maurizio Parodi, dirigente scolastico e pedagogo, lo sostiene da tempo: i compiti a casa sarebbero addirittura «dannosi». Intorno alle vacanze di Natale il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti aveva rivolto un appello alle insegnanti: «Vorrei sensibilizzare il corpo docente e le scuole ad un momento di riposo degli studenti e delle famiglie affinché vengano diminuiti i compiti durante le vacanze natalizie». E aveva annunciato una circolare «per la diminuzione dei compiti durante le vacanze, compiti che gravano sugli impegni delle famiglie e quindi vorrei dare un segnale.

Penso a questi giorni di festività e ai ragazzi e alle famiglie che vogliono trascorrerle insieme».

E adesso uno studio conferma che troppi compiti non aiuterebbero i bambini a ottenere risultati migliori: secondo una recente indagine internazionale sugli apprendimenti in Lettura dei bambini di quarta elementare (il Pirls 2016), la cui banca dati è stata aggiornata qualche settimana fa, gli studenti a cui non vengono assegnati molti compiti hanno valutazioni più alte rispetto a quelle dei compagni sommersi dal lavoro da completare a casa.

Nell’indagine sulla competenza in Lettura dei bambini di quarta elementare, l’Italia è ai migliori posti della classifica. Al primo in assoluto c’è la Federazione russa, seguita da Singapore. La media italiana è di 548 punti, che scendono a 543 nelle classi le cui maestre assegnano compiti a casa tutti i giorni, e salgono a 552 fra gli alunni tenuti a svolgerli una volta alla settimana o meno. La differenza diventa ancora più evidente tenendo conto dei minuti di impegno: quando il compito ne richiede oltre 60, il punteggio scende a 531 punti, se invece si limita a meno di 15, si sale a 552. Il messaggio sembra arrivare forte e chiaro: meglio lavorare in classe che lasciare che gli studenti svolgano da soli troppi compiti a casa.

Ce lo ha spiegato anche Dario Ianes, docente ordinario di Pedagogia e Didattica Speciale all’Università di Bolzano e co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento. «Bisogna che i bambini e i ragazzi lavorino a scuola, dove hanno a disposizione il tempo, gli insegnanti, i materiali, i compagni, la possibilità di fare domande e chiarire i dubbi. Inoltre, i compiti a casa accentuano le differenze tra gli alunni: chi ha una famiglia debole è più svantaggiato rispetto a chi ha genitori presenti e disponibili ad aiutarlo».

Secondo il pedagogo, «la parte più importante dell’apprendimento va fatta a scuola. Fuori, gli alunni possono sviluppare la loro cultura leggendo, esplorando il mondo che li circonda, maturando come cittadini che usano il sapere appreso a scuola: se in classe imparo a leggere posso scegliere un libro, se imparo la storia dell’arte vado al museo. Insomma, cresco come cittadino».