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di Tutta un'Altra Scuola

Maurizio Parodi, dirigente scolastico e promotore della campagna “Basta compiti!”, si dice contrario al tempo pieno obbligatorio nella scuola primaria.

Ma andiamo per ordine.

Il vicepremier Luigi Di Maio ha dichiarato nei giorni scorsi: «Grazie ai nostri parlamentari della Commissione Istruzione della Camera (tra cui il presidente Luigi Gallo, tutto il gruppo della commissione, compresa la capogruppo Alessandra Carbonaro) è stato approvato un emendamento alla Legge di Bilancio (…) che dice che d’ora in poi, in tutte le scuole elementari italiane (la scuola primaria) ci sarà il tempo pieno».

Le reazioni sono state diverse e anche contrastanti tra loro. A esprimere la sua contrarietà a questa misura è, appunto, Maurizio Parodi, che negli ultimi anni ha condotto la campagna di grande successo (con raccolta di firme) “Basta compiti!”, contro la consuetudine del fardello dei compiti a casa.

Ecco l’intervento di Maurizio Parodi.

«Sono contrario all’imposizione generalizzata del “tempo pieno” per ragioni che riporto schematicamente, muovendo da una domanda preliminare: un tempo pieno di cosa?

  • Il senso di una formula non solo organizzativa, per l’estensione della quale ci battemmo, negli anni Settanta (in alternativa al “doposcuola”), è del tutto smarrito: il tempo pieno si è snaturato (e si è riempito di vuoto pedagogico), non vi è traccia dei connotati originari: la connessione tra teoria e prassi, l’approccio olistico, l’assetto laboratoriale, la valorizzazione dei soggetti in apprendimento, la ricerca come alternativa all’insegnamento, la cooperazione tra gli studenti e tra i docenti… Nella maggior parte dei casi, attuali, si assiste al mero prolungamento dell’orario scolastico senza alcuna qualificazione apprezzabile dell’“offerta formativa”, immemori degli insegnamenti ai quali si ispirarono i fautori delle primitiva sperimentazione: Dewey, Montessori, Freinet, Milani, Lodi, Rodari…, ignorando persino le stesse “Indicazioni nazionale per il curricolo”, non solo disattese, ma sistematicamente contraddette dalla didattica reale.
  • Prevale, nella logica spartitoria dell’approccio “disciplinare” (le “materie” di insegnamento), la tendenza a una parcellizzazione precocissima del sapere, una frantumazione innaturale e controproducente degli apprendimenti che ostacola anziché favorire il processo di crescita non solo cognitiva dei bambini, peraltro ridotti allo stato, pietoso, di meri ascoltatori-esecutori di magistrali prescrizioni, in un regime di “alimentazione forzata”, simile a quello praticata negli allevamenti intensivi (si deve fare il più possibile, nel minor tempo possibile, il prima possibile): saperi precotti e surgelati che vengono somministrati compulsivamente a “organismi” incapaci di ingerirli, digerirli, metabolizzarli, stressati fino alla nausea e al rigetto definitivo. Si è voluto secondarizzare la scuola primaria procedendo a una manomissione pedagogicamente degradante di pratiche non di rado eccellenti: prolungare l’esposizione a una didattica impropria non può che peggiorare la condizione degli studenti.
  • L’impostazione cattedratica delle attività, l’insegnamento verboso, la comunicazione unidirezionale postulano l’immobilità dei corpi (e delle menti) di bambini naturalmente bisognosi di moto (ri)generante costretti, invece, a restare seduti (inveterata postura “pedagogica”: si vieta persino di alzarsi nei cambi di turno dei docenti), quasi non si potesse imparare altrimenti, per un numero di ore spropositato che risulterebbe intollerabile agli stessi docenti che lo esigono, spesso persino durante gli intervalli (non è garantita nemmeno “l’ora d’aria”); condizione malsana in termini di igiene fisica e mentale – quasi che il compito primario, ma sottaciuto, della scuola fosse quello di addestrare a rimanere, seduti, immobili e in silenzio, pronti (e proni) a eseguire gli ordini ricevuti (si potrebbe parlare di una pedagogia da caserma, se non si rischiasse di offendere i militari).
  • In quasi tutte le scuole a tempo pieno (italiane) si assegnano compiti a casa tutti i giorni, nei weekend e durante le vacanze: dopo otto ore di reclusione, in ambienti più o meno angusti e sovraffollati, trascorse incollati ai banchi ad ascoltare spiegazioni e affastellare verifiche incessanti, bambini di 6-11 anni sono impegnati in attività scolastiche anche nel poco tempo libero che resta (un accanimento che rasenta la crudeltà mentale), spesso fino a tarda sera, terrorizzati all’idea delle conseguenze umilianti cui andrebbero incontro, spesso vere e proprie sanzioni (hanno persino paura di ammalarsi perché dovrebbero recuperare i compiti assegnati durante il periodo di assenza), impediti a svolgere attività non meno formative: praticare uno sport, imparare a suonare uno strumento musicale o semplicemente giocare, ricrearsi.

Più in generale, l’imposizione del modello unico contraddice il principio dell’autonomia scolastica che, se correttamente interpretata, consente di modulare localmente i contenuti dell’offerta formativa e gli assetti organizzativi degli istituti, in ragione delle risorse interne alle scuole e delle opportunità di formazione disponibili (e “accessibili”) sul territorio, in rapporto sinergico con le altre agenzie formative».