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Enrica Ena

Questa mattina, alle otto, davanti alla scuola, ho incontrato la solita mamma con il suo bambino. Nessun altro ancora, solo loro, seduti sull’unica panchina in pietra di fronte al portone principale, sotto un grande albero.

Mi intenerisce questa madre che non appartiene alla mia classe. Ormai la conosco da quattro anni e so quanto basta sulla sua storia, sul suo bambino, sulle difficoltà con le quali combatte ogni giorno, sulle continue critiche delle altre mamme perchè suo figlio, sì, è un bambino difficile.

Le chiedo come va e lei mi risponde: – Come vuole che vada? Sempre uguale! Faccio una fatica… io ci provo in tutti i modi, ma lui non ce la fa davvero. Continuano a dargli compiti per recuperare, io passo con lui sere intere, ma cosa vuole? dopo un po’ piange, non ci riesce e io non sono proprio capace ad aiutarlo.

L’ascolto per un po’, le sorrido. Mi piace che senta vicinanza, almeno questo. Poi vado con la sua tristezza dentro.

È soprattutto per storie come questa che sono un’insegnante che non ama i compiti. Voglio essere presenza importante per i miei bambini e voglio che ognuno trovi a scuola il contesto e il tempo in cui fare senza sentirsi mai solo. Voglio che i bambini incontrino le difficoltà nell’unico spazio dove sono insieme, dove la collaborazione è ammessa, sollecitata, e che accada quando io sono presente per capire le loro difficoltà e costruire tutti i possibili facilitatori o, se nececessario, cercare proprio un’altra strada. Non voglio che i bambini trovino nella scuola ostacoli ma che possano riconoscerla, per dirla con la Lucangeli, come il luogo in cui sanno che troveranno chi li aiuterà a farcela.
Sono un’insegnante di scuola primaria di Iglesias (sud-ovest della Sardegna). Sono scesa dalla cattedra tanto tempo fa e pratico quella che mi piace definire “didattica a bassa direttività”. Vorrei dire qui che sono un’insegnante a compiti zero, ma non è vero; quindi non so neanche se ho le caratteristiche per essere ammessa a questo gruppo che seguo da tempo con grande interesse. Lavoro ancora sulla mediazione con le famiglie. Molto sbilanciata su ciò in cui credo, è vero, ma ho fatto troppi cambiamenti in questi anni per non aver imparato che da soli, nella contrapposizione, non si va da nessuna parte. Ma le mie sono più proposte che compiti, non sono esercizi o pagine dal libro, sono stimoli-apertura per le nostre attività, che ognuno può fare se può e come può. Non sono mai proposte che non possano essere svolte da tutti in autonomia.

Ma ancora fatico, non posso negarlo. Ci sono genitori, accade poco ormai, ma ancora accade, che danno ai propri figli i compiti al posto mio, proponendo esercizi e pagine da studiare. È effetto dell’idea diffusa che a funzionare sia solo la scuola che riempie tante pagine a scuola e a casa, dove a dettare le regole è il programma che, benchè non esista più, arriva dritto dai libri di testo. C’è ancora tanto da fare, e non solo con i genitori, perchè si capisca che, a scuola, non è davvero una questione di quantità.

Sono solo una maestra che mette al primo posto il benessere dei bambini perché convinta che dove si sperimenta malessere non si costruisce niente. E sono una a cui non piace vedere sofferenza negli occhi dei genitori perché penso che non esista genitore che non voglia il bene del proprio figlio; il punto è che volerlo non sempre è sufficiente. Per questo, credo che la scuola non possa proprio delegare alla famiglia quello che è un compito tutto suo.

Enrica Ena