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Sonia Coluccelli

Eccomi, mi chiamo Sonia Coluccelli. termino a giorni il mio 22simo anno di lavoro nella scuola primaria. Una scelta lavorativa maturata in tempi (mai terminati, in realtà) di militanza nel mondo nonviolento, interculturale e di tutela dei diritti e della giustizia.

Sono una maestra perché credo che da qui passi la possibile svolta per comunità più umane, ma anche quella verso altre che lo sono molto meno.
Ho lavorato fino a quattro anni fa in scuole ordinarie scegliendo sempre una didattica attiva e l’osservazione e l’ascolto come strumenti di lavoro.
Da sempre mi occupo anche di formazione dei docenti e di progetti pedagogici a scuola.

Con la maternità otto anni fa (ora ho 4 figli) la svolta di maggior fedeltà ai miei orizzonti di valori si è resa obbligata da tutti i punti di vista: di testa, di cuore e di pancia. Ho abbandonato la scuola del “si è sempre fatto così” in cui non mi riconoscevo come docente e che non ho mai seguito nelle sue pratiche ( a partire dai compiti a casa) e nella quale non riuscivo ad immaginare i miei bambini, e ho scelto di trovare dentro la scuola pubblica alternative per me sensate.

Sono approdata ad una sperimentazione estesa di carattere montessoriano che coinvolge 14 scuole nel nord del Piemonte e che a settembre accoglierà 600 alunni, una sperimentazione che non teme il dialogo tra i principi pedagogici montessoriani ed altre pratiche di scuola attiva.

Di compiti non ne diamo, nella mia scuola, perché l’apprendimento efficace, attraverso i materiali e le esperienze che proponiamo loro, fa la sua parte a scuola.

Alle famiglie, se un po’ scalpitano davanti all’assenza dell’esercizio a casa, chiediamo di completare e dare gambe a quello che i loro bambini imparano a scuola. Che colgano le occasioni quotidiane o quelle eccezionali perché quelle competenze possano essere spese e arricchite: ci sono infinite occasioni per leggere scrivere contare e risolvere problemi, e ci sono mostre, laboratori, musei, luoghi e iniziative per comprendere la vita e i suoi alfabeti, occasioni dove la scuola spesso non arriva e in cui vale la pena la famiglia spenda il suo tempo, non più come maestri surrogati (come dice in modo calzante Maurizio Parodi) ma come educatori intenzionali e genitori che dedicano ai propri figli un tempo nuovo per l’apprendimento.

A questo “compito”, come genitori, forse non siamo educati in questo nostro paese dove siamo tutti bravissimi a fare e pensare “al posto di…” ma fatichiamo un po’ a far bene la nostra parte.

Io sono partita da qui, come mamma prima che come maestra, dal vedere con chiarezza come il patto educativo vero lo si può costruire solo nella complementarietà delle responsabilità. Mi fa sorridere chi sostiene che i genitori contrari ai compiti sono degli sfaticati. Sorriso amaro perché so che ci sono anche quelli; io, quando li incontro, provo a guardarli negli occhi e a dire loro che sostenere la crescita di un bambino quando esce da scuola è compito più grande e più impegnativo della compilazione di una scheda o di qualche frase di analisi logica, ma anche infinitamente più gratificante.
E, da maestra, quando il lunedì i bambini tornano raccontandomi delle esperienze di senso fatte nei giorni appena trascorsi in famiglia penso alla follia di coloro che hanno replicato compiti identici agli esercizi in classe, con l’illusione di rinforzare un apprendimento debole non per mancanza di rinforzi (i compiti) ma per inefficacia del metodo. Ma qui mi fermo perché si aprirebbe un orizzonte troppo ampio per lo spazio di un post.

Sonia Coluccelli