Ocse: molte ore per i compiti a casa non garantiscono il rendimento scolastico

Pubblicato da Redazione Basta Compiti il

L’identikit del tipico studente italiano prossimo al traguardo finale della scuola dell’obbligo non è entusiasmante: 15 anni sulle spalle, incline ad assenze e ritardi più di tanti coetanei stranieri, mediamente con risultati modesti o esigui nelle competenze alfanumeriche rispetto alla media dei 65 Paesi Ocse, ancorché con punte al di sopra della media nel nord del Paese.

La scuola che frequenta è perlopiù sottodotata in termini di nuove tecnologie e laboratori nonché in termini di materiali per lo studio. I suoi docenti presentano un elevato grado di frustrazione. A casa sta chino sui libri per 8,7 ore alla settimana.

Concorda con questa descrizione, Francesca Borgonovi, analista dell’Ocse che ha partecipato a tutte le ultime indagini sui sistemi scolastici di mezzo mondo: “Aggiungerei che in parte gli adolescenti italiani tendono a essere poco motivati, a vedere la scuola in maniera distante e slegata dalle esigenze che loro stessi e le loro famiglie hanno nella vita di tutti i giorni. I ragazzi, ma anche molti genitori, non vedono l’utilità della scuola come strumento di mobilità sociale e di successo nel mondo del lavoro, mentre molti insegnanti sono scoraggiati e frustrati per le poche opportunità di sviluppo professionale, e le continue riforme mancano di una visione organica e di lungo termine che dia modo al sistema scolastico di essere promotore invece che di subire mutamenti economici e sociali.”

Il nuovo approfondimento dell’’Ocse, pubblicato questa settimana, riguardante la quantità di tempo impegnato a casa dai quindicenni per svolgere i compiti e studiare, vede l’Italia al secondo posto dopo la Russia, con quasi 9 ore settimanali, un dato che ha subito rinfocolato il dibattito sull’opportunità di tali assegnazioni: “I compiti, come momento di riflessione e studio individuale, hanno un ruolo importante nel promuovere l’autonomia dei ragazzi, la loro capacità di organizzare il proprio tempo, e apprendere un metodo di studio” prosegue Borgonovi, che tuttavia sottolinea l’anomalia del nostro Paese: “Nonostante tra il 2003 e il 2012 ci sia stata una forte diminuzione del tempo dedicato ai compiti (- 2 ore in media), gli studenti italiani dichiarano di passare tuttora molto tempo a svolgere compiti a casa: quasi 9 ore contro una media Ocse di circa 5. Eppure, mediamente, ottengono risultati scolastici che sono sotto la media degli altri paesi Ocse”.

Qualcosa dunque non funziona nell’efficacia dei compiti o del loro svolgimento, visto che, dice Borgonovi: “Paragonando le prestazioni medie dei paesi partecipanti e le ore trascorse dai ragazzi, fino a 4 ore di compiti a casa si hanno conseguenze positive sulla prestazione generale. Dopo le 4 ore, non vi è aggiunta di effetti significativamente favorevoli.”

In particolare se si guarda alle fasce di utenza più deboli, rispetto ad adolescenti con situazioni domestiche più agiate o stabili, l’Ocse rileva divari rilevanti nel tempo dedicato allo studio a casa, con esiti negativi sul rendimento scolastico: “Molti ragazzi che provengono da contesti socio-economici svantaggiati sono sfavoriti, perché per loro è più complesso trovare supporto in seno alla famiglia. E qui la scuola può intervenire e aiutare questi ragazzi, fornendo sostegno dopo le ore scolastiche, anche se questo richiederebbe uno sforzo organizzativo e finanziario importante per garantire un servizio adeguato.”

Da fare resta molto anche per favorire un approccio più sereno alla matematica, che invece affligge il 30% dei quindicenni OCSE e il 43% degli adolescenti italiani: “E’ una materia in cui ancora troppi studenti pensano di non riuscire ad eccellere nonostante sforzo e impegno, e che quindi genera alti livelli di stress e ansia.”

Fra le possibilità di ridare incisività al mondo delle scuole secondarie italiane, Borgonovi individua l’alternanza scuola-lavoro: “E’ un’iniziativa a mio avviso molto interessante per rafforzare il sistema scolastico, in vista di sbocchi sia professionali che di istruzione terziaria”.

Fra i Paesi o le buone pratiche cui guardare come modelli virtuosi, Borgonovi indica un’ampia rosa: “Paesi come la Polonia, la Svizzera o paesi asiatici come Singapore possono fornire molti spunti interessanti di riflessione. Allo stesso tempo esistono esperienze assai positive anche nel contesto italiano, spesso legate a figure di forte leadership di alcuni insegnanti e dirigenti scolastici, di forte integrazione tra scuole specifiche, la società civile e le realtà imprenditoriali presenti sul territorio”.
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