Sono un cattivo dirigente scolastico

Pubblicato da Redazione Basta Compiti il

… forse, perché credo:

– che la scuola sia al servizio degli studenti e non viceversa, che il “diritto all’apprendimento” sia sovraordinato alla “libertà di insegnamento”;

– che troppo spesso gli studenti non lascino spontaneamente gli studi, ma siano “respinti” da una scuola che promuove chi sia culturalmente, socialmente, economicamente avvantaggiato (leggi anche L’unico da bocciare è Galli della Loggia di Giovanni Fioravanti, ndr);

– che la scuola tenda a premiare il supino adeguamento, l’obbedienza indiscriminata, l’asservimento imbelle, lo studio astratto, l’alienazione di bisogni, desideri, sogni (leggi anche La crisi culturale della scuola italiana di Antonio Vigilante);

– che il fallimento scolastico e l’abbandono non siano problemi “privati” dello studente o della sua famiglia (solitamente disagiata, deprivata), ma siano un fallimento della scuola;

– che la scuola aggravi la condizione di chi sia più svantaggiato e che nella scuola potrebbe e dovrebbe trovare una formidabile opportunità di affrancamento, di emancipazione, senza dover patire ulteriori forme di emarginazione;
– che la scuola imponga una malsana, prolungata immobilità alle menti e ai corpi di bambini bisognosi di esprimere gioiosamente la propria naturale vitalità, solitamente punita (leggi anche La scuola è una gabbia di Paolo Mottana);

– che la scuola dovrebbe riconoscere e nutrire le diverse intelligenze di cui ciascuno è variamente dotato, anziché inibirne l’espressione praticando un insegnamento verboso e nozionistico (leggi anche Nella scuola, mettiamoci in gioco di Franco Lorenzoni);

– che si possa imparare naturalmente (Freinet) e insegnare indirettamente (Montessori), evitando esercitazioni noiose, estenuanti, che procurano sofferenza profonda e suscitano repulsione per lo studio (leggi anche I giochi e i sogni di Mario Lodi bambino di Luciana Bertinato);

– che si debbano valorizzare: il gioco, la collaborazione tra pari, l’iniziativa individuale e del gruppo, la ricerca, quella “vera”, perché sostenuta da motivazioni autentiche, intrinseche, non come nelle squallide “ricerche scolastiche” (leggi anche Il filo della memoria di Rosaria Gasparro);

– che a scuola (e non a casa) si debba imparare a imparare, a sviluppare e gestire le proprie risorse e capacità, a usare metodi di studio e di indagine, a progettare per sé e con gli altri;

– che siano insopportabili le urla incessanti di docenti incapaci di coinvolgere e motivare gli studenti, incapaci di relazioni che non siano univoche e autoritarie;

– che non sia tollerabile il clima intimidatorio (minacce, punizioni, provvedimenti disciplinari…) che si respira in moltissime aule, entrando nelle quali manca il respiro;

– che gli istituti comprensivi non siano istituti di contenzione, per bambini e ragazzi “imprigionati” in “celle”, spesso squallide e sovraffollate, senza neppure il conforto dell’ora d’aria concessa nelle carceri ai detenuti;

che i compiti a casa siano inutili, dannosi, discriminanti: aggravano la condizione di chi sia svantaggiato, procurano stress e odio per la scuola, invadono lo spazio domestico, violano il diritto al riposo, al gioco, alla socialità…;

– che se un bambino piange di dolore, di rabbia o di paura, a causa della scuola, sarebbe meglio che la scuola chiudesse per “lutto pedagogico” e chi vi lavora fosse trasferito laddove il silenzio e l’immobilità (pretesi da bambini che hanno il solo torto di essere vivi) regnano sovrani: i cimiteri.Comune.info[vc_column width=”1/3


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