Fanno male e creano disparità

Pubblicato da Redazione Basta Compiti il

Arrivata in Italia quattro anni fa, quando ne aveva appena otto, Bianca venne iscritta direttamente al terzo anno della scuola primaria. La Maestra Fabrizia non si perse d’animo e sparse nella classe dei post-it in cui i nomi di ogni oggetto erano scritti nelle due lingue, italiano e albanese. L’espediente accrebbe l’attesa nei confronti della nuova compagna e aiutò i ragazzi ad accoglierla con curiosità ed entusiasmo.

Bianca si rivelò una studentessa attenta e una vivace compagna di giochi, inserendosi nel gruppo-classe in tempi rapidissimi. Alla fine del’anno scolastico era come se la bambina ci fosse sempre stata. L’anno successivo mia figlia Lara cambiò scuola e io persi di vista la ragazzina.

Arrivate alle scuole medie, Lara e Bianca si sono ritrovate nuovamente in classe insieme. Studentesse brillanti durante gli anni della scuola primaria, l’inevitabile cambio di passo del nuovo ciclo di studi ha colto impreparate le due ragazze che ora arrancano a fatica tra compiti, verifiche a pioggia e qualche clamorosa insufficienza . «Guarda che è normale» ho tentato di rassicurare la mamma di Bianca, incontrata durante i colloqui «Ci sono già passata con la prima figlia. Per quanto i ragazzi siano stati abituati a studiare in autonomia, le scuole medie sono un salto nel vuoto».

Ma la signora ha scosso la testa «C’è molto più di questo» ha spiegato in un italiano ancora stentato. Pare che Bianca faccia molta fatica a seguire la mole di compiti assegnata alla classe. I suoi genitori non sono in grado di aiutarla, lei non porta a termine i lavori e i professori l’hanno già inserita nel gruppo degli studenti che non si impegnano. Ogni giorno che passa Bianca perde terreno, rimane indietro. Nelle prime settimane la ragazzina è stata aiutata dai compagni di classe ma ora questi non possono più, devono studiare a loro volta, al punto che quasi tutte le attività extrascolastiche sono state eliminate.

L’impatto con le scuole medie, nella classe di Lara, è stato brutale per tutti: le prime insufficienze hanno svegliato i ragazzi dal clima ovattato della primaria e tra i ragazzi si è instaurato un clima di competizione dove i voti vengono confrontati e chi li ha bassi viene guardato con sufficienza.

Bianca, con le sue difficoltà, è percepita come una zavorra: non viene più invitata a studiare assieme agli altri ed è sempre meno presente alle attività extrascolastiche. «A breve inizieranno le lezioni di recupero» dice la mamma di Bianca «ma mia figlia intanto è stata relegata ai margini. Per noi è un po’ come ritrovarsi di nuovo stranieri, dopo tutti questi anni»

Io, ammetto, trovo esagerata la mole di compiti assegnata giornalmente. Controproducente, anche: durante gli anni di scuola media della figlia maggiore ho visto ragazzi abbandonare promettenti carriere agonistiche, ridurre le attività sportive e famiglie rimanere in ostaggio dei compiti assegnati per il fine settimana. I compiti pomeridiani – soprattutto la loro quantità – facevano si che le giornate ruotassero attorno ad essi, eliminando quanto poteva essere di intralcio al loro svolgimento. Una vita organizzata per sottrazione, dunque una vita più povera. Ma tra tutti gli aspetti negativi che riconoscevo all’eccesso di compiti non ero ancora arrivata a pensare che potessero diventare un elemento di disgregazione sociale e vanificare il lavoro paziente di tante Maestre Fabrizie. Così ho consultato il mio dirigente scolastico e pedagogo preferito: Maurizio Parodi, autore di saggi dal titolo esemplificativo: Basta compiti! Non è così che si impara (ed. Sonda, 2012) e Gli adulti sono bambini andati a male (ed. Sonda, 2013).

Si può affermare che i compiti a casa emarginino i ragazzi di classi svantaggiate?
«Credo proprio di di si» ha risposto Maurizio Parodi «I ragazzi con famiglie culturalmente attrezzate possono affrontare l’impegno domestico con serenità, ma per chi non trova sostegno nelle figure parentali – e magari ne debba subire la latitanza – le difficoltà derivanti dallo svolgimento dei compiti assumono ben altra consistenza. La fatica che questi ragazzi impiegano nello svolgimento dei compiti è talvolta incomprensibile alle stesse famiglie, spesso frustrante e dolorosa. Gli studenti che non hanno particolari difficoltà e che svolgono regolarmente i compiti loro assegnati vengono premiati dalla scuola mentre quelli che hanno problemi personali o familiari – che non fanno i compiti, li sbagliano, li fanno male – indispongono i docenti che perciò li biasimano e redarguiscono. Eppure sono proprio questi i ragazzi che avrebbero più bisogno della scuola e che potrebbero trovare in questa un’opportunità di affermazione, affrancamento e promozione»

Quale potrebbe essere un’alternativa ai compiti a casa, quindi?
«Girando in Internet ho trovato una risposta. A darla, lo stesso Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza: meno compiti, più letture. “Non oberare gli studenti di lavoro con compiti che diventano dei veri e propri fardelli per loro e per i genitori” – ha dichiarato il Ministro – “ma sostituire con i libri, cibo per la mente, strumenti di crescita divertenti ed appassionanti”».

Ma Maurtizio Parodi è anche più tranchant di così: «Semplicemente non vanno dati, perché discriminanti e anche perché indiscriminati». E io non ho niente altro da aggiungere.Corriere.it[vc_column width=”1/3


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